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Виктор Пелевин (интервью) // «PULP», #28, 2000

по наводке fm_kapustin и благодаря содействию итальянцев


Виктор Пелевин


VIKTOR PELEVIN

di Simone P. Barillari

Allo scorso Festivaletteratura di Mantova, passeggiando per le vie onuste di gloria rinascimentale della città del Gonzaga. Boris Akunin paragonava la letteratura russa contemporanea come a una donna che, dopo nove anni dopo il crollo dell’impero sovietico, ha finalmente iniziato a partorire scrittori con cose interessanti da raccontare. E Viktor Pelevin è certamente uno di questi. L'imprendibile Pelevin: dopo il suo mancato arrivo a Roma (per problemi di visti burocratici), l'abbiamo inseguito per mezza Europa tramite e-mail. Finalmente ci siamo riusciti, a farlo parlare. Pare proprio che il mezzo tecnologico gli sia più congeniale: perché alla Buchmesse di Francoforte, dove si aggirava come una vera e propria star, mi è stato difficile cavargli qualche cosa che fosse più lungo di un paio di sillabe.

«Sai, oggigiorno in Russia uno scrittore non scrive romanzi, ma copioni di un film» mi ha detto, in un inaspettato accesso di eloquenza, facendo riferimento alla situazione irresistibilmente caotica della vita post-sovietica odierna. E a noi pare proprio che questi film siano tra i più eccitanti in circolazione.

Fabio Zucchella


To: Victor Pelevin
Object: Re: an interview
From: Simone P. Barillari

>Dear Mr Pelevin,
>Le scrivo questo messaggio con una decina di
>domande per un’intervista dopo aver saputo che
>problemi burocratici Le hanno impedito di venire a
>Roma.
>Proprio in questi giorni con il titolo di Babylon è
>uscito in Italia (per Mondadori) Generation P,
>affresco di una generazione, quella nata negli anni
>‘60, che “è davvero vissuta cresciuta giovane e
>spensierata, e aveva sorriso all’estate, al mare e al
>sole, e aveva scelto la Pepsi”. Anche perché fino agli
>anni ‘90 in Russia non si vendeva la Coca Cola.
>Quello che ne resta sono davvero dei quarantenni
>insieme cinici e ingenui come Tatarsky che
>snobbano il consumismo e lo servono
>sfrenatamente?


Tatarsky è un perfetto modello della nostra classe media virtuale. La chiamiamo virtuale perché manca l’ambiente economico che dovrebbe farla prosperare. Molti vengono dall’advertising o dai media. Vendono, in senso letterale, aria in forma di secondi tv [intraducibile gioco di parole, air in form of air time, n.d.r.]. O volendo si può anche dire che vendono tempo e spazio — minuti tv e metri quadri di affissioni. Conosco bene questo mondo perché ci lavoravo anch’io come copywriter, per cui Babylon può essere considerato piuttosto realistico. Ma oltre a ciò si è rivelato quasi una profezia, dato il momento in cui venne pubblicato.

>Ho letto che all’università Lei ha frequentato
>ingegneria aeronautica, ma presto ha abbandonato
>la facoltà per dedicarsi allo studio delle filosofie
>orientali, e insieme alla scrittura. Come ha maturato
>questa scelta? Computer e mistica, tecnologia e tao
>sono stati fin dall’inizio, e sono ancora oggi, la
>miscela fondamentale di tutti i suoi romanzi.


Non volevo alzarmi per andare al lavoro tutte le mattine ed ero molto presuntuoso. Adesso sono molto più umile, ma è un po’ tardi per iniziare una nuova vita. In fondo sono uno di quegli scrittori che trovano inutile domandarsi perché scrivono. È come chiedere a un medico militare perché cura i soldati feriti sapendo che torneranno a combattere e verranno uccisi. La risposta è la stessa, li curo perché sono un dottore, scrivo perché sono uno scrittore. Quanto alla miscela di computer e mistica, l’unico vero esempio che io conosca è Microsoft Windows.

>C’è una citazione di Carlos Castaneda in apertura
>della Vita degli insetti: Lei si interessa anche di New
>Age?


Castaneda è un maestro e non ha nulla a che vedere con la New Age, per la quale non provo il minimo interesse. Mi dedico invece alla meditazione zen, e di quando in quando passo qualche settimana di ritiro in un monastero buddhista in Corea.

>La sua eredità letteraria sembra
>inserirsi nella grande tradizione della
>satira russa, da Gogol a Erofeev, e
>qualcuno al “New Yorker” ha pensato
>di etichettar La come il Joseph Heller
>sovietico. A dire il vero, si sente anche
>qualche eco di Borges...
>Ci siamo come coordinate letterarie?


Sai, quando qualcuno — pur con tutte le intenzioni di fare un complimento — dice di una ragazza che gli occhi della Gioconda, gli zigomi di Ornella Muti, il naso di Uma Thurman, il mento di Eva Braun, in effetti vuol dire che quella ragazza è orrenda come la mia vita. Lo si può verificare su qualsiasi computer munito di Photoshop, tanto per mescolare di nuovo computer e mistica. Se il tuo lavoro ricorda così tanti scrittori diversi, significa che o sei un compilatore, ma io sono troppo pigro per esserlo, o che in realtà non assomigli a nessuno e hai una voce tua. Borges è uno dei miei autori preferiti.

>Parliamo di Omon Ra, il suo primo romanzo (su
>Mondadori, che immagina un grande inganno
>collettivo dell’Unione Sovietica dietro la corsa alla
>conquista dello spazio. È nato dai suoi studi
>universitari? Non trova strano (o piuttosto:
>inevitabile) che negli anni ‘90 negli Stati Uniti, in
>Russia e perfino in Italia, scrittori che non si
>conoscevano abbiano elaborato romanzi intorno a
>questa idea della Grande Truffa Spaziale?


Omon Ra non è un libro sulla conquista dello spazio. È un libro sul diventare grandi, sul capire che siamo tutti piloti kamikaze persi a girare vorticosamente i pedali di una bici dentro un modulo lunare, e un giorno questo modulo lunare deve definitivamente fermarsi. I viaggi spaziali durante l’era sovietica sono soltanto lo sfondo.

>Il filo rosso della sua letteratura sembra essere la
>metamorfosi nel momento in cui accade, raccontata
>nel suo farsi, senza vederne l’inizio e non potendo
>nemmeno immaginarne la fine. La metamorfosi in
>sé. Sotto questo punto di vista, La vita degli insetti è
>esemplare: in alcune pagine non si riesce neppure a
>capire se i protagonisti siano ancora insetti o siano
>tornati uomini, né Lei pare avere troppi scrupoli di
>coerenza, anzi... È d’accordo?


Sì, completamente.

>Molta della nuova letteratura russa riflette in questo
>momento sul concetto di cambiamento in ogni sua
>declinazione, soprattutto, ovvio, come conseguenza
>alla vertiginosa trasformazione socioeconomica del
>dopo perestrojka. Eppure questo interesse non è
>condiviso, almeno a quanto ho potuto vedere, dal
>teatro o dall’architettura, che continuano invece a
>ragionare sulla fine dell’utopia e sul vuoto dopo
>questa fine, sulle rovine ideologiche dell’Unione
>Sovietica...


Quando ebbe inizio la perestrojka, nessuno ne immaginava le conseguenze. Proprio gli scrittori giocarono un ruolo decisivo, e adesso nessuno compra i loro libri: i gusti della massa sono differenti da quelli che si speravano. Ma la situazione varia da scrittore a scrittore. Per quanto mi riguarda, metamorfosi è un altro nome dell’impermanenza, e nelle scritture buddhiste esiste perfino l’idea di un “dio dell’impermanenza”. L’impermanenza è la principale fonte di dolore, e allo stesso tempo la sola fonte di speranza. Per cui i miei interessi per la metamorfosi riflettono tanto la meraviglia quanto l’orrore. Quanto all’architettura russa, non sono un esperto, ma direi che si occupa più di costruire case che di ragionare sulla fine dell’utopia.

>Lei ha detto una volta in un’intervista di
>non avere nessun intento politico o
>morale, e dì sicuro nessuno dei suoi
>romanzi si direbbe scritto per educare o
>persuadere nessuno. Ma Lei ha anche
>aggiunto che, come narratore, Lei ha
>una sua personale filosofia e
>decisamente alcuni saldissimi principi. Quali sono?


La mia filosofia di scrittura sì basa sull’estrema segretezza dei miei principi di scrittore, con la sola eccezione del mio principio miliare. E il mio principio miliare di scrittore è di non parlare mai della mia filosofia di scrittura. Seguendo queste semplici regole, si può sperare in qualche modo di sopravvivere in un mondo come il nostro che cambia tanto in fretta. E comunque, se anche decidessi di infrangere queste regole, la cosa non darebbe nessun risultato pratico, dato che la mia è una filosofia di assoluta trascendenza e sfida qualsiasi rappresentazione verbale.

>Ho sentito da uno dei Suoi traduttori che i Suoi
>romanzi hanno tutti un elaborato e puntualissimo
>sottotesto, un reticolo quasi subliminale che rimanda
>alla realtà russa anni ‘60 e ‘70. Qual è l’effetto che
>dovrebbe avere su un lettore russo? Ironico?
>Nostalgico? Non trova divertente che i suoi libri,
>specie Omon Ra, nominato dalla rivista americana
>“Spin” libro dell’anno per il 1999, abbiano riscosso il
>massimo successo negli Stati Uniti, dove
>probabilmente molto pochi li possono capire
>interamente?


I miei testi hanno almeno sette diversi livelli di significato e l’effetto che hanno sui lettore russo è quello di portarlo gradualmente a uno stato di permanente beatitudine, trasformandolo poi in grandi sfere radiose che scompaiono da questo mondo. Dopodiché, ignoro dove vadano a finire. La vita degli insetti ha invece soltanto cinque livelli di significato, e i suoi effetti sui lettori russi non sono ancora stati esaminati a fondo. Ci sono state voci che a nord di Novosibirsk un vasto gruppo di persone ha sviluppato in testa un particolare ronzio dopo aver letto il libro, ma ciò potrebbe anche essere correlato alla pioggia radioattiva seguita ai test nucleari del 1958. In genere, io stesso non capisco i miei libri nella loro complessità, il che è una delle ragioni per cui sono ancora vivo.

Very best,
VP
Tags: интервью
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